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  principessalea [ "Quando si spara, si spara, non si parla..." Notizie sparse da Svezia, Spagna e Inghilterra ]
         


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25 maggio 2009

W.

Darsi delle regole nella scrittura è fondamentale. Trasgredirle solo per eccesso, mai per difetto.




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7 maggio 2009

Audaci Visionari

"Gli imprenditori credono nel loro futuro"




 
George Bernard Shaw diceva "Questa è la vera gioia della vita, l'adoperarsi per un obiettivo che si ritiene grande"




9 aprile 2009

‘A Strange Evening’

‘A Strange Evening’

A little rain falls out of amethyst sky;
if there were a rainbow, it would be on the ground.
If I were here, that single swallow would be I,
if these green trees were heavy, their weight is in my hand.

If trees and fields are green, their veins run blood,
if there is a poem, it moves across the leaves.
If there is love, of tree and sky our bed.

Since there is such a sky, I cover it with peace,
with blue unbounded of the living eye,
the ox-eye pasture of the marguerite. 


The suggested gemini poet is KATHLEEN RAINE, born 14 June 1908.


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6 aprile 2009

Libri



D: Quanto sono pericolose le donne che leggono? E quelle che scrivono?
R:Quelle che leggono sono pericolosissime perché rompiscatole, ipersensibili e ipercritiche. Quelle che scrivono probabilmente ancora peggio. Ma sono le uniche donne, soprattutto quelle che leggono, delle quali vale la pena diventare amiche.



Daria Bignardi nell'intervista a Sabine Bertagna su Future Magazine, in occasione della presentazione del suo libro 'Non vi lascerò orfani'.




27 febbraio 2009

Voi perché leggete?

Mi avete fatto riflettere sul perché non mi piacciono i gialli...

Li trovo interessanti dal punto di vista della struttura. Posso immaginare lo scrittore elaborare la trama e creare personaggi e moventi per far girare tutto il racconto. Mi sembra quasi che sia più divertente scrivere un romanzo giallo che leggerlo.

Nel leggerlo infatti trovo i segni dove la storia è stata montata. Si arriva alla conclusione solo se l'autore vuole che ci si arrivi. Ci lascia clue calcolate e si puo' dedurre il finale solo se lo vuole lo scrittore / scrittrice. Ma la nostra intelligenza non ha nessun merito! Siamo guidati dall'ideatore.

Altro motivo per cui non li leggo è che sono pigra. Tutto mi costa fatica, anche le cose che dovrebbero essere piacevoli come viaggiare, leggere, imparare un'altra lingua, scrivere - tutto per me è uno sforzo immane. Quando leggo quindi scelgo libri che mi insegnino anche qualche cosa. Li leggo per intrattenimento, certo, ma anche per imparare. Perché oltre che a essere pigra sono anche pragmatica e non faccio nulla se non ne trovo una qualche utilità.

Allora scelgo libri dove penso di scovare insegnamenti di vita, che mi diano gli strumenti per poter capire quello che succede, dove si sbaglia nei rapporti con le persone, nelle scelte che si fanno a tutti i bivi che dobbiamo prendere. Scegli l'altra strada, a volte sono decisioni lunghe e sofferte, a volte è solo una questione di un attimo, e la vita è tutta diversa!

A volte trovo risposte a dei miei dubbi, a volte esempi da seguire...o da evitare. A volte il libro mi dice:nessuno ha capito niente in questo mondo, non ti illudere di trovare risposte dentro di noi perché siamo stati scritti da essere umani esattamente come te.

Ma questo non mi fa desistere e contino a cercare risposte.

E voi perhè leggete?


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23 febbraio 2009

Il libro dei tramezzini




12 febbraio 2009

How

"My favorite word in the English language is how. How does this work? How was this
made? How did they do this? Whenever I see something interesting happen, I’m filled
with questions that involve this small but powerful little word. And most of the answers I
find center on how people apply their own intelligence and wisdom, rather than their
knowledge of specific technologies or theories.
"

Making Things Happen, Scott Berkun





20 gennaio 2009

Diary of a bad year - J.M. Coetzee

  

First Adam Smith placed reason in the service of interest; now sentiment is placed in the service of interest too. In the course of this latter development, the concept of sincerity is gutted of all meaning. In the present “culture,” few care to distinguish – indeed, few are capable of distinguishing – between sincerity and the performance of sincerity, just as few distinguish between religious faith and religious observance. To the dubious question, Is this true faith? or, Is this true sincerity? one receives only a blank look. Truth? What is that? Sincerity? Of course I'm sincere – didn't I say so?

The expensive American coaches his clients neither in how to perform true (sincere) apologies nor in how to perform false (insincere) apologies that will have the look of true (sincere) apologies, but simply in how to perform apologies that will not open them to being sued. In his eyes and in the eyes of his clients, an unscripted, unrehearsed apology will likely be an excessive, inappropriate, ill-calculated, and therefore false apology, that is to say, one that costs money, money being the measure of all things.

Jonathan Swift, thou shouldst be living at this hour.

Diary of a bad year, J.M. Coetzee





5 giugno 2008

E ho imparato, nel modo piu’ difficile...

And I’d learned, the hard way, that sometimes, even with the purest intentions, we make things worse when we do our best to make things better.

E ho imparato, nel modo piu’ difficile, che a volte anche con le intenzioni piu’ pure, peggioriamo le cose proprio quando stiamo cercando di fare del nostro meglio per sistemarle.




Potrei citare tutto il libro. Ogni pagina e’ una lezione di vita. Probabilmente perché é una storia vera, vita vissuta davvero, niente di inventato. Nessuno scrittore che si é messo a tavolino e ha pensato: ´Ora mi invento una storia!´
Tutto ció che scritto é stato duramente vissuto sulla pelle dell'autore, learned the hard way appunto e questo trapela da ogni frase. 
Gregory David Roberts australiano, é stato un eroinomane che svaliggiava banche per pagarsi i fix di droga, arrestato, é scappato di prigione e si é rifugiato a Bombay pretendendo di essere neozelandese. Cambia nome, cambia vita, cambia stile e divide con noi tutto ció che ha imparato nella sua folle esistenza.




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5 giugno 2008

Regola numero 1: Non far vedere agli altri cosa ti passa per la mente!

The first rule about black business everywhere is: never let anyone know what you’re thinking. Didier’s corollary to the rule was: always know what the other thinks of you.

La prima regola dei traffici loschi é : non far vedere agli altri cosa ti passa per la mente. Il corollario alla regola di Didier era: cerca di sapere sempre cosa gli altri pensano di te. 

Sempre Shantaram... 

***********



 


(Foto presa in prestito da ilikegreen)




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5 giugno 2008

Perche' abbiamo paura dell'amore...

 ‘No, no, please go on. It’s interesting.’

‘You know,’ she said slowly, ‘I like you Lin.’

She stared that green fire into me. I felt myself reddening slightly, not from embarrassment, but from shame, that she’d said so easily the very words, I like you, that I wouldn’t let myself say to her.

‘You do?’ I asked, trying to make the question sound more casual than it was. I watched her lips close in a thin smile.

‘Yes, you’re a good listener. That’s dangerous, because it’s so hard to resist. Being listened to – really listened to – it’s the second best thing in the world.’

‘What’s the first best thing?’

‘Everybody knows that. The best thing in the world is power.’

‘Oh, is it?’ I asked, laughing. ‘What about sex?’

‘No. Apart from the biology, sex is all about power. That’s why it’s such a rush.’

I laughed again.

‘And what about love?’ A lot of people say that love is the best thing in the world, not power.’

‘They’re worng’, she said with terse finality. ‘Love is he opposite of power. That’s why we fear it so much.’


Shantaram, GRD




4 giugno 2008

The Borsalino hat test

 ‘Do you know the borsalino hat test?’

‘The what?’

‘The Borsalino hat test. It is the test that reveals whether a hat is a genuine Borsalino, or an inferior imitator. You know about the Borsalino, non?’

‘No, I can’t say I do.

‘Aaaaah, ’Didier smiled. The smile was composed of one part surprised, one part mischief, and one part contempt. Somehow, those elements combined in an effect that was disarmingly charming. He leaned slightly forward and inclined his head to one side, his black curly hair shaking as if to emphasise the points in his explanation. ’The Borsalino is a garment of the first and finest quality. It is believed by many, and myself included, to be the most outstanding gentleman’s head covering ever made.’

His hands shaped an imaginary hat on his head.

‘It is wide-brimmed, in black or white, and made from the furs of the lapin.’

‘So, it’s jus t a hat, ’ I added, in what I thought to be an agreeable tone. ‘We’re talking about a rabbit-fur hat.’

Didier was outraged.

‘Just a hat? Oh, no, my friend! The Borsalino is more than just a hat. The Borsalino is a work of art! It is brushed ten thousand times, by hand, before it is sold. It was the style expression of the first choice by discerning French and Italian gangsters in Milan and Marseilles for many decades. The very name of Borsalino become a snonyme for gangsters. The wild young men of the underworld of Milano and Marseilles were called Borsalinos. Those were the days when gangsters had some style. The understood that if ou were to live as an outlaw and steal and shoot people for a living, you had a responsibility to dress with some elegance. Isn’t it so? ’

‘It’s the least they could do,’ I agreed, smiling.

‘But of course! Now, sadly, there is all attitude and no style. It is the mark of the age in which we live that the style becomes the attitude, instead of the attitude becoming the style.’

He paused, permitting me a moment to acknowledge the turn of the phrase.

‘And so, ’ he continued, ‘the test of a real Borsalino hat is to roll it into a cylinder, roll it up into a very tight tube, and pass it through a wedding ring. If it emerges from this test without permanent creases, and if it springs back to its original shape, and if it is not damaged in the experience, it is a genuine Borsalino.’

‘And you’re saying...’

‘Just so!’ Didier shouted, slamming a fist down on the table.






dal libro Shantaram  di Gregory David Roberts 

www.shantaram.com




28 aprile 2008

E annotiamo un altro caso in cui il film è più bello del libro

  Odette Toulemonde e altri racconti
autore del libro, regista del film 
Eric-Emmanuel Schmidt




Libro tratto dal film – e questo è già particolare!

L'ho letto tutto d’un fiato mentre ero in viaggio e ho pensato che fosse stupendo. Sono arrivata a destinazione con una sensazione di felicità e speranza! Otto storie di donne in cerca di una serenità amorosa che non trovano perchè troppo ciniche e vincolate al pensare comune. Il libro è un' esortazione a essere più fiduciose. Mi sono detta: “Accidenti! Ma come fa un uomo a cogliere i turbamenti dell’animo femminile in maniera così precisa? Davvero bravo!”

Poi, ripensandoci, ho capito che è un presuntuoso che tira l’acqua al suo mulino e che gli uomini dovrebbero scrivere le storie al maschile e non azzaddarsi a interpretare. 

Ciò detto trovo questa scena del film semplicemente deliziosa!











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16 marzo 2008

I veri fighi invece...

Non sai quanto ti senti figa quando all'aereoporto tutti gli altri hanno in mano un libro banalmente comprato in libreria  e tu invece stai leggendo delle pagine scritte da un autore tuo amico, per un libro che deve ancora uscire e nessuno ha!!  


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5 marzo 2008

Un libro per gente con una vita "particolare"...

Un libro per gente con una vita "particolare"...





Lo leggi e non ti senti più l'unico al mondo a cui succede!




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21 novembre 2007

On friendship...

 "(...). That a girl so brittle and domineering should be brought this low by a couple of nine-year old boys seemed wondrous to Briony, and it gave her a sense of her own power. It was what lay behind thi near-joyful feeling. Perhaps she was not as weak as she always assumed; finally, you had to measure yourself by other people - there really was nothing else. Every now and then, quite unintentionally, someone taught you something about yourself."


Ian McEwan, "Atonement" - (the book not the movie!)




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14 settembre 2007

“Non devi avere paura di nulla”

FORZA. Nel letto di uno dei tanti alberghi dove avevano fatto l’amore, Sabina stava giocando con le braccia di Franz: “È incredibile,” disse “i muscoli che hai”.
Franz fu contento di quel complimento. Si alzò dal letto, afferrò una pesante sedia di quercia per una gamba e la sollevò lentamente.
“Non devi avere paura di nulla”, disse “ti proteggerei in ogni situazione. Un tempo sono stato campione di judo”.
Riuscì a distendere il braccio in alto tenendo la pesante sedia sopra la testa e Sabina disse: “È bello sapere che tu sei così forte”.
Nel profondo dell’anima aggiunse però ancora qualcosa: Franz è forte, ma la sua forza si rivolge soltanto verso l’esterno. Nei confronti delle persone con le quali vive, alle quali vuol bene, è debole. La debolezza di Franz ha nome bontà. Franz non darebbe mai ordini a Sabina. Non le comanderebbe mai, come Tomáš, di poggiare a terra lo specchio e di camminarci sopra nuda. Non è che gli manchi la sensualità, quello che si possono realizzare solo con la violenza.

^^^^^^^^^^^^^^

Allora, di colpo, si accorse con stupore di non essere infelice. La presenza fisica di Sabina era molto mento importante di quanto immaginasse. Importante era l’impronta dorata, l’impronta magica che lei aveva lasciato nella sua vita e della quale nessuno poteva privarlo. Prima di sparire dal suo orizzonte, lei aveva fatto in tempo a mettergli in mano la scopa di Ercole e con essa lui aveva spazzato via dalla propria vita tutto ciò che non gli piaceva. Quell’inattesa felicità, quella quiete, quella gioia che derivava dalla libertà e dalla nuova vita, erano il regalo che lei gli aveva lasciato.

^^^^^^^^^^^^^^

E ancora una volta lo vedo così come mi è apparso all’inizio del romanzo. È alla finestra e guarda nel cortile il muro della casa di fronte.
È l’immagine dalla quale egli è nato. Come ho già detto, i personaggi non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora, contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale che l’autore pensa nessuno abbia mai scoperto o sulla quale ritiene nessuno abbia mai detto qualcosa di essenziale.
Ma non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso?
Guardare impotenti nel cortile, senza sapere che cosa fare; sentire l’ostinato brontolio della propria pancia nell’attimo dell’esaltazione amorosa; tradire e non potersi fermare sulla bella strada dei tradimenti; alzare il pugno nel corteo della Grande Marcia; esibire il proprio umorismo davanti ai microfoni nascosti dalla polizia; tutte queste situazioni le ho conosciute e vissute io stesso, e tuttavia da nessuna di esse è sorto un personaggio che sia me stesso col mio curriculum vitae. I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. È proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio io) che mi attrae. Al di là di esso incomincia il mistero sul quale il romanzo si interroga. Un romanzo non è una confessione dell’autore, ma un’esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato. Ma basta! Torniamo a Tomáš.


Milan Kundera "L'insostenibile leggerezza dell'essere"




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3 settembre 2007

Per tutti coloro che tornano dalle vacanze



Vi fa sentire meno depressi sul tornare a solito tran tran...




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3 settembre 2007

Adamo ti amo

Mi nego ma non disprezzo

 

Mi fissava da lontano, con l'aria di dire non guardo mica te cosa credi, davo un'occhiata in giro. Quando l'ho fissata io ha voltato la testa di là con l'aria di dire ma cosa fai, ti sei montato la testa. Ha accettato di ballare con l'aria di dire in però lei non l'ho mai vista. Ha appoggiato il suo fianco al mio con l'aria di dire ma cosa fa, stringe? Si è lasciata stringere con l'aria di dire guardi come tengo la testa indietro però. Ha risposto all'eppur appena percettibile morsa della mia mano sulla sua, con l'aria di non averla affatto sentita. Il giorno dopo per la strada non mi ha salutato, con l'aria di non capire perché la salutavo io, che non ci eravamo mai conosciuti. Si è seduta al caffè proprio di fronte a me con l'aria di chi si mette lì, non creda, solo perché altrimenti le viene il sole in faccia. Si è lasciata offrire una granita solo perché accompagnava il gesto d'assenso con l'aria di chi tanto, dopo, per sé pagherà lei. Si è poi lasciata pagare la granita con l'aria di dire che è vero che è cosa da uomini pagare per la donna, ma guardi che io sono anticonvenzionale e avrei voluto pagare io. Ha recisamente rifiutato quando l'ho invitata a cena. Con l'aria di dire se me lo chiede un'altra volta vedrà che per stanchezza finirò per dire di sì. Dato che non l'ho detto un'altra volta, ha girato i tacchi indignata con l'aria di dire guardi che io non sono come le altre sono una donna seria, come si permette. Per i tre giorni seguenti quando mi incontrava mi guardava di striscio con l'aria di dire lei è un porco. Ha detto precipitosamente di sì quando l'ho improvvisamente invitata fuori che non se lo aspettava più, con l'aria di dire che era perché le facevo un po' pena e lei quel giorno si trovava ad essere particolarmente magnanima. Ha cinguettato tutta la sera con l'aria di parlar d'altro per far notare: non creda che venire a cena significhi per me qualcos'altro. Mi guardava di nascosto con occhi grondanti desiderio con l'aria di dire io guardo così tutti quelli con cui vado al ristorante. Quando le ho proposto un whisky a casa mia, ha detto di no indignata con l'aria di dire hai sbagliato tutto, se lo proponevi alla prossima uscita era fatta. Non ha accettato, neppure se ho insistito, con l'aria di dire accidenti ormai non posso mica cambiare idea, mi sono data la zappa sui piedi. È tornata da me la sera dopo con l'aria di dire ormai che hai visto che con me non c'è niente da fare posso anche starci. Dalla camicetta slacciatissima appariva un nonnulla di pizzo che portava con la rigidità di un saio grigio. Si è seduta sul bordo del divano come chi è pronto a scappar via, con l'aria di dire qua se non mi brutalizzi non ne veniamo a capo. Quando le ho detto qualche dolcezza nei capelli si è allontanata di scatto con l'aria di dire la bocca però è qui. Ha risposto al mio bacio con una profondità e un'insistenza da lascia sperduti e si è staccata violentemente con l'aria di dire ma cosa mi hai fatto. Ha detto gli uomini pensano sempre a quello, con l'aria di dire meno male. Ha creduto con grande prontezza al fatto che però io ero diverso, con l'aria di dire, ma figurati, so ben io. E venuta di là a vedere il quadro che c'e sul mio letto con l'aria di dire, e se il quadro non c'era come si faceva? Si è fatta togliere la camicetta con l'aria di non essere neppure lì. Mi ha aiutato a sganciare il difficoltosissimo reggiseno con l'aria di chi non è affar suo, è affar mio e lei mi dà solo una mano. Aggrappata al mio corpo, è stata la più assatanata e mordicchiante delle amanti con l'aria di dire se non mi dici che mi ami per sempre non verrò mai a letto con te. Mi ha detto ti amo nell'incavo della gola senza che io gliel'avessi chiesto, con l'aria di mettersi a piangere. È fuggita con rabbia al mio silenzio, con l'aria di dire e adesso certo morirò.

Mi ha telefonato la mattina dopo un silenzio terribile con l'aria di chi non voleva neppure chiamarti perché non lo meriti. Si è presentata a casa mia verso le sei senza preavviso esalando che voleva lasciar per amor mio suo marito, con l'aria di chi voleva lasciare suo marito. Ha perso tutto il suo fascino.



Donata Kalliany, Adamo ti amo




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26 agosto 2007

"Dite la verità": il dialogo secondo Stephen King

Stephen King nella prefazione del suo ultimo libro On writing (Sperling & Kupfer, 2001)  scrive: "Questo è un libro breve perché la maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. I romanzieri, sottoscritto compreso, non capiscono molto di quel che fanno, non sanno perché funziona quando va bene, non sanno perché non funziona quando va male. Ho pensato che più corto fosse stato il libro, meno sarebbero state le scemenze".

Sul Dialogo

"Parliamo un momento del dialogo, la parte parlata del nostro programma. E’ il dialogo a dare voce al vostro cast ed è cruciale nel definire i personaggi: solo le azioni manifestano il carattere, ma la parola è subdola, ciò che le persone dicono spesso le rivela al prossimo in modi di cui loro stesse sono totalmente inconsapevoli.
Voi potete informarmi tramite la narrazione pura e semplice che il vostro protagonista principale, Mistuh Butts, non è mai andato bene a scuola, non è mai nemmeno andato molto a scuola, ma potete trasmettermi la stessa nozione, e in maniera assai più incisiva, attraverso il suo modo di parlare... e uno dei punti cardinali del buon raccontare è non raccontare mai una cosa quando la si può invece mostrare:"Secondo te com'è?" chiese il ragazzo. Grattò nella terra con la punta del bastone senza alzare la testa. Disegnò forse una palla, o un pianeta, o nient'altro che un cerchio. "Credi che la terra giri intorno al sole come dicono?"
"lo non so che cosa dicono", rispose Mistuh Butts. "lo non ho mai studiato che cosa dice questo o quello, perché uno ti dice una cosa e un altro te ne dice un’altra finché ti viene mal di testa e ti scappa l'ammenito."
"Che cos'è l'ammenito?" chiese il ragazzo.
"Ma non la pianti mai con le domande!" esclamò Mistuh Butts. Strappò il bastone dalla mano del ragazzo e lo spezzò. "L'ammenito ce l'hai nella pancia quando è ora di mangiare! Se no sei malato! E la gente dice che io sono ignorante!"
"Oh, appetito", disse placido il ragazzo e riprese a disegnare, questa volta con il dito.Un dialogo ben congegnato vi indicherà se un personaggio è intelligente o stupido (Mistuh Butts non è necessariamente un idiota perché non sa dire "appetito"; dovremo ascoltarlo ancora per un po' prima di decidere al riguardo), onesto o disonesto, divertente o barboso. Il buon dialogo, come quello di George V. Higgins, Peter Straub o Graham Greene, è una gioia da leggere; il dialogo brutto è mortale.
Di fronte al dialogo gli scrittori hanno diversi gradi di abilità. In questo campo voi potete migliorare la vostra, ma, come ebbe a dire un grand'uomo (per la verità era Clint Eastwood): "Un uomo deve conoscere i suoi limiti". H.P. Lovecraft era geniale quando si trattava di raccontare il macabro, ma come scrittore di dialoghi era uno strazio. Doveva saperlo, perché dei milioni di parole che scrisse, meno di cinquemila sono quelle dedicate al dialogo. I seguenti passaggi tratti da "Il colore venuto dallo spazio", in cui un contadino morente descrive la presenza aliena che ha invaso il suo pozzo, illustra bene il problema che aveva Lovecraft con i dialoghi. Ragazzi, la gente non parla in questo modo, nemmeno in punto di morte:
"Niente... niente... il colore brucia... freddo e bagnato... ma brucia... vive nel pozzo io l'ho visto... una specie di fumo... proprio come i fiori l'altra primavera... il pozzo di notte brillava... tutto quello che è vivo... succhiava via la vita da tutto quanto... nel sasso… deve essere arrivato in quel sasso... arriva dappertutto non so che cosa vuole... quella cosa rotonda che quelli dell'università hanno tirato fuori dal sasso... era dello stesso colore... proprio uguale, come i fiori e le piante... semi... l'ho visto la prima volta questa settimana... ti picchia nella testa e poi ti prende... ti brucia su tutto... viene da qualche posto dove le cose non sono come qui da noi... uno di quei professori ha detto così ... "E così via in un susseguirsi di informazioni spezzettate e inanellate l'una nell'altra secondo una precisa costruzione ellittica. E’ difficile puntare il dito su che cosa non va nel dialogo di Lovecraft a parte l'ovvio: è ampolloso e privo di vita, infarcito di inflessioni. Quando un dialogo funziona, lo sappiamo. Anche quando non va bene lo sappiamo: stride all'orecchio come uno strumento mal intonato.
Lovecraft era indiscutibilmente uno snob affetto da timidezza patologica (e anche un accanito razzista, le cui storie sono popolate da sinistri africani e da quel genere di congiurati ebrei che tanto preoccupavano mio zio Oren dopo la quarta o quinta birra), quel tipo di scrittore che mantiene una corrispondenza voluminosa ma ha difficoltà a stabilire rapporti personali diretti con il prossimo; fosse vivo oggi, è probabile che la sua Presenza sarebbe più vibrante soprattutto nelle varie chat-room di Internet. Scrivere bene i dialoghi è un'abilità che acquisiscono le persone più inclini a parlare e ascoltare gli altri, in particolare ascoltare, cogliendo accenti, ritmi, dialetto e slang. I lupi solitari come Lovecraft sono spesso carenti in questo settore, lo riproducono male o con la cura con cui si scriverebbe in una lingua che non fosse la propria lingua madre.
lo non so se il romanziere contemporaneo John Katzenbach è un individuo solitario o no, ma il suo romanzo Corte marziale contiene alcuni cattivi dialoghi davvero memorabili. Katzenbach è quel tipo di romanziere che fa impazzire gli insegnanti di scrittura creativa, uno splendido narratore la cui arte è guastata dall’autoripetizione (un difetto curabile) e un orecchio per il parlato che è gravemente ostruito (un difetto che probabilmente non ha rimedio). Corte marziale è un giallo ambientato in un campo di prigionia militare durante la seconda guerra mondiale, un bello spunto che diventa problematico nelle mani di Katzenbach quando entra nel vivo della vicenda. Sentite il tenente colonnello Phillip Pryce che parla ai suoi amici poco prima che i tedeschi del corpo di guardia dello Stalag Luft 13 lo portino via, non per rimpatriarlo come sostengono, ma probabilmente per fucilarlo nel bosco. Pryce afferrò di nuovo Tommy. "Tommy", bisbigliò, "questa non è una coincidenza! Niente è come sembra! Vai più a fondo! Salvalo, ragazzo mio, salvalo! Perché più che mai ora sono convinto che Scott sia innocente!... Ora siete da soli, ragazzi. E ricordatevi, conto su di voi perché resistiate! Dovete sopravvivere! Qualsiasi cosa accada!"
Si girò verso i tedeschi. "Molto bene, Hauptmann" disse in un tono improvvisamente deciso e straordinariamente calmo. "Ora sono pronto. Fate di me ciò che volete."
O Katzenbach non si rende conto che ogni parola del tenente colonnello è un cliché da film bellici anni Quaranta o ha volutamente utilizzato questo richiamo per risvegliare nel suo pubblico sentimenti di compassione, tristezza e forse nostalgia. In ogni caso, non funziona. Il solo sentire evocato dal brano è una sorta di spazientita incredulità. Ci si chiede se il testo sia mai stato visto da un editor e, in tal caso, che cosa gli o le ha impedito di usare la matita blu. Dato il considerevole talento di Katzenbach in altri aspetti dello scrivere, questa sua limitazione consolida in me l'idea che scrivere bene i dialoghi è arte oltre che mestiere.
Molti bravi scrittori di dialoghi devono avere quello che definiamo un "orecchio" naturale, proprio come certi musicisti e cantanti sono intonati perfettamente o quasi perfettamente per natura. Ecco qui un passo dal romanzo Chili con Linda di Elmore Leonard. Potete confrontarlo con i brani che vi ho proposto di Lovecraft e Katzenbach, notando prima di tutto che qui ci troviamo di fronte a un botta e risposta come Dio comanda e non davanti a un pomposo soliloquio:
Chili... rialzò la testa mentre Tommy diceva: "Tutto bene?"
"Vuoi sapere se rimorchio?"
"Parlavo del tuo lavoro. Come ti va? So che hai fatto centro con Get Leo, splendida pellicola, splendida. Vuoi che te lo dica? Era buono. Ma il seguito... come si intitolava?"
"Get Lost."
"Già, giusto quello che è successo prima che riuscissi a vederlo, è scomparso."
"Non è partito alla grande e lo hanno mollato. lo ero contrario a fare un seguito fin dal principio. Ma quello della produzione alla Tower dice che il film lo faranno, con o senza di me. Mi sono detto, be', metti che mi venga fuori una storia buona ... "
Due uomini a pranzo a Beverly Hills e sappiamo subito che sono entrambi attori. Può darsi che siano fasulli (ma forse no), però li si prendono subito così come sono nel contesto del racconto di Leonard; anzi, li accogliamo a braccia aperte. Il loro dialogo è così realistico che non possiamo non provare anche il colpevole piacere che coglie chi si inserisce e quindi origlia una conversazione interessante. Ci giungono anche, sebbene in pennellate approssimative, indizi sul carattere. Siamo all'inizio del romanzo e Leonard è un professionista esperto. Sa di non dover buttar dentro tutto subito. Tuttavia non veniamo forse a sapere qualcosa del carattere di Tommy quando assicura Chili che Get Leo non è solo splendido, ma anche buono?
Possiamo domandarci se un dialogo del genere sia fedele alla vita quotidiana o solo a una certa idea della vita, una certa immagine stereotipata degli attori di Hollywood, dei pranzi hollywoodiani, degli affari come si trattano a Hollywood. E’ un interrogativo più che lecito e la risposta è: forse qualcosa di artefatto c'è. Ciononostante alle nostre orecchie il dialogo suona autentico; quando è al suo mglio (e sebbene Chili con Linda sia molto piacevole, è lontano dai suoi lavori migliori), Elmore Leonard è capace di una sorta di poesia di strada. L’abilità necessaria a scrivere dialoghi di questo genere viene da anni di pratica; l'arte viene da un'immaginazione creativa che lavora sodo e si diverte.
Come per tutti gli altri aspetti della fiction, la chiave per scrivere buoni dialoghi è la sincerità. Se siete sinceri nel riferire le parole che escono dalla bocca dei vostri personaggi, scoprirete di esservi esposti a una nutrita salva di critiche. Non passa settimana senza che io riceva almeno una lettera incazzata (di solito più di una) che mi accusa di essere volgare, razzista, omofobico, brutale, frivolo, se non di essere uno psicopatico tout court. Nella maggioranza dei casi a mandare in fibrillazione i miei corrispondenti sono brani di dialogo: "Scendiamo da questa cazzo di Dodge" o "Non ci prendono molto bene i musi neri da queste parti" o "Che cosa cazzo credi di fare, pezzo di frocio?"
Mia madre, pace all'anima sua, non approvava le parolacce e le espressioni volgari, diceva che erano "la lingua dell'ignorante". Ciò tuttavia non le impediva di esclamare: "Oh, merda!" se bruciava l'arrosto o si pestava il pollice martellando un chiodo nel muro. Né impedisce ai più di noi, cristiani o pagani, di uscircene con espressioni analoghe (se non più forti) quando il cane vomita sul tappeto buono di casa o l'automobile casca dal cric. E’ importante dire la verità; da essa dipendono molte cose, come ha quasi detto William Carlos Williams scrivendo di quella carriola rossa. Ci saranno i puristi bacchettoni a cui la parola "merda" non piace ed è possibile che non piaccia molto nemmeno a voi, ma certe volte dall'espressione volgare non si può sfuggire: non si è mai sentito di un bambino che corra da sua madre a riferirle che la sorellina ha appena "defecato" nella vasca da bagno. Immagino che potrebbe dire che ha fatto "il bisogno grosso" o "ha sporcato", ma temo che "ha fatto la cacca" resterebbe la scelta più naturale (si sa che il boccale piccolo ha manici grandi).
Dovete dire la verità perché il vostro dialogo abbia le risonanze e il realismo di cui Corte marziale, per quanto abbia una buona storia, è così tristemente carente, ma questa onestà deve essere applicata fino in fondo, cioè anche a quello che scappa di bocca a chi si pesta un pollice con il martello. Se sostituite "Oh, merda!" con "Oh, marmo" per riguardo verso la Lega per la lotta contro la volgarità, trasgredite a una norma del tacito contratto che esiste tra scrittore e lettore: la vostra promessa di dire la verità su come la gente si comporta e parla attraverso lo strumento di una storia inventata.
D'altra parte può benissimo esserci uno fra i vostri personaggi (la vecchia zia nubile del protagonista, per esempio) che esclama "Oh, marmo" invece di "Oh, merda" dopo essersi pestata il pollice con un martello. Saprete come esprimervi se conoscete il vostro personaggio, e noi impareremo di lui (o lei) qualcosa di più, che ce lo renderà più vivo e interessante. Il trucco sta nel lasciare che ciascun personaggio parli liberamente, senza preoccuparsi dell'approvazione della suddetta Lega o del Circolo femminile cristiano di lettura. Comportarsi diversamente sarebbe da vigliacchi oltre che da disonesti e, credetemi, scrivere fiction in America agli albori del ventunesimo secolo non è mestiere per intellettuali vigliacchi. Il mondo è popolato da aspiranti censori e, sotto sotto, mirano tutti alla stessa cosa: vogliono che voi vediate il mondo come lo vedono loro... o ,che almeno teniate la bocca chiusa su quello che vedete voi e che se ne discosta. Sono tutti agenti dello status quo. Non necessariamente gentaglia, ma gente pericolosa, se per caso credete nella libertà intellettuale.
Si dà il caso che io concordi con mia madre: parolacce e volgarità sono veramente la lingua dell'ignorante e i verbalmente invalidi. Quasi sempre, perché le eccezioni esistono, tra le quali certi aforismi volgari ricchi di coloritura e vivacità. "Sono più indaffarato di un uomo con una gamba sola in una gara di calci in culo", "I desideri in una mano, la merda nell'altra, vedi tu quale si riempie prima" sono espressioni che, come varie altre simili, non si addicono ai salotti, ma non mancano certo di forza figurativa. Oppure consideriamo questo brano tratto da Brain Storm di Richard Dooling, dove la volgarità diventa poesia:"Reperto A: un rustico pene capoccione, un barbaro sorcovoro senza un bruscolo di decenza. Il muscolzone dei mascalzoni. Un tanghero spregevole e vermiforme con un luccichio serpentino nell'occhio solo. Un turco gozzoviglioso che colpisce nelle buie cripte di carne come un fulmine fallico. Un cagnaccio avido in cerca di ombre, umidi pertugi, estasi passeriformi e sonno ... "
Sebbene non sia proposto nella forma del dialogo, voglio citare qui un altro passo tratto da Dooling perché è una dimostrazione dell'opposto: e cioè si può raggiungere un grado di scrittura ammirevole senza far assolutamente ricorso alla volgarità:
Gli montò a cavalcioni e si preparò al necessario collegamento tra porte, adapter maschio e femmina pronti, I/0 attivato, server/client, master/slave. Null'altro che una coppia di macchine biologiche high-end che si apprestano a un contatto a caldo con modem via cavo e al reciproco accesso ai rispettivi processori front-end.
Se io fossi come Henry James o Jane Austen, che scrivevano solo di zerbinotti o di acculturati universitari, non dovrei mai usare parolacce o espressioni volgari; forse nessuno dei miei libri sarebbe stato bandito dalle biblioteche scolastiche d'America e non avrei ricevuto una lettera da un servizievole fondamentalista che vuole farmi sapere che brucerò all'inferno, dove tutti i miei milioni di dollari non mi serviranno per acquistare neppure un solo sorso di acqua. lo non sono tuttavia cresciuto tra persone di quel genere. lo sono cresciuto nella piccolissima borghesia americana e quello è l'ambiente di cui posso scrivere con la maggiore onestà e cognizione di causa. Significa che dicono più spesso merda che marmo quando si pestano il pollice, ma è una condizione con cui mi sono pacificato. Né, per la verità, con essa ero mai stato in guerra.
Quando ricevo una di Quelle Lettere o mi trovo di fronte a una nuova recensione in cui mi si accusa di essere volgare e incolto - come in certa misura sono - trovo conforto nelle parole del verista Frank Norris, che scrisse a cavallo dei due secoli e che annovera tra i suoi romanzi The Octopus, The Pit e Una storia di San Francisco: McTeague, un libro veramente grande. Norris raccontò di appartenenti alla classe lavoratrice nei ranch, nei mestieri umili metropolitani, nelle fabbriche. McTeague, il protagonista della più bella opera di Norris, è un dentista incolto. I libri di Norris suscitarono non poca indignazione generale, alla quale rispose con compassato sdegno: "Che cosa mi importa delle loro opinioni? lo non sono mai stato servile. Ho raccontato loro la verità".
Certe persone non vogliono sentire la verità, naturalmente, ma questo non è un problema vostro. Voi avreste un problema se voleste fare lo scrittore senza voler essere franchi. Il modo di esprimersi, rozzo o elegante, è un indice del carattere; può anche essere una ventata di aria fresca in una stanza che certa gente preferirebbe tenere chiusa. Alla fine l'interrogativo importante non ha niente a che vedere con il sacro o il profano che mettete in bocca ai personaggi della vostra storia; il solo interrogativo è come suona sulla pagina e all'orecchio. Se volete che suoni sincero, dovete parlare in prima persona. Ancor più importante, dovete chiudere la bocca e ascoltare gli altri."





permalink | inviato da principessalea il 26/8/2007 alle 20:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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